Sono chimico computazionale e scrittore. E sono spacciato.

Il limite inferiore alla realtà.


Posted on April 18th 2011, by Arturo Robertazzi in #DcSc, DestinazioneCuoreStomacoCervello. 1 Comment

In questi giorni italiani, prima di ripartire per Berlino, mi sono immerso nello studio delle guerre Jugoslave. L’ho fatto guardando documentari, leggendo gli articoli dell’epoca sul mio Kindle, riaprendo dei romanzi o dei saggi storici. Questo in previsione della presentazione di Zagreb al Salone del Libro di Torino. Un po’ perché serve, un po’ perché ora che il romanzo è in stampa, mi lascio andare alla visione (o ri-visione) di altre opere che trattano un argomento simile.

E ho “scoperto” che la mia immaginazione, da cui Zagreb è nato, ha un limite. Il limite sono i “rape camps” (campi di violenza sessuale), i massacri sulla popolazione, le mine su cui saltavano ambulanze, civili e soldati, l’odio che scorreva a fiumi nei solchi di confine segnati dalle nazioni coinvolte.

Ho capito: la mia immaginazione, che a volte ho creduto si fosse spinta troppo lontano, ha sempre avuto un limite superiore. La realtà.





One Response to “Il limite inferiore alla realtà.”

  1. cricrì says:

    giusto per restare in tema:
    http://www.repubblica.it/ultimora/esteri/libia-300-bambini-raccontano-di-stupri-e-violenze/news-dettaglio/3958140

    la “pratica” degli stupri generalizzati è sempre stata una costante di tutte le guerre. penso che tra un campo di battaglia e l’altro faccia differenza soltanto la bestialità dei soldati, questione di… estrazione sociale? tradizioni? ceppo? “cultura”? questioni di. punto.
    dopo tutto questioni di poco conto, i soldati sono tutti uguali.

    in un passato abbastanza recente c’è chi ha vissuto la “pratica” da vicino e ne ha scritto rapporti romanzati (http://en.wikipedia.org/wiki/The_House_of_Dolls), e c’è chi ne è rimasto colpito e ha deciso di consacrare a quelle vittime l’intera propria carriera artistica, scegliendosi addirittura per nome un riferimento manifesto e inequivocabile (http://en.wikipedia.org/wiki/Joy_Division).

    e c’è chi a quelle vittime dedica costantemente qualche minuto della propria giornata, tra l’ascolto di un brano e l’altro, cercando di sfuggire alla sensazione di viltà nell’autosuggestione forzata del compiacersi che, col passar del tempo, sempre più gente verrà a conoscenza di questa piaga.

    una magra consolazione su cui dirottare il sovrappensiero, per non farlo ricadere sulla propria inattitudine a cambiare il mondo, sulla propria inadeguatezza.

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