Questa mattina leggo le dichiarazioni del Ministro della Salute che dice, testualmente: “Oggi in Italia non abbiamo un’emorragia di cervelli, ma una fisiologica scelta dell’estero per i ricercatori. I cinesi hanno mandato i propri ricercatori in Usa senza nessun problema perché poi sono rimasti lì. Ma dobbiamo pensare e credere che i nostri scienziati sono un’importante risorsa per l’Italia”.
Io vivo all’estero da molti anni, ho studiato in Spagna, ho conseguito il mio dottorato di ricerca in Gran Bretagna, e adesso lavoro a Berlino alla Freie Universität, grazie a una borsa eccezionale concessami dalla Humboldt Foundation.
In questi anni ho visto tante persone come me scegliere l’estero perché amanti dell’avventura, del nuovo, per una scelta di vita. Una scelta libera. Ho anche conosciuto moltissime persone che all’estero ci sono perché non avevano nessun’altra alternativa, e la loro situazione, ai loro occhi e ai miei, è sempre apparsa come una condanna.
È vero che il flusso di scienziati è fisiologico, anzi, spesso fondamentale per la completa educazione accademica. Chiediamoci, però, quanti stranieri vengono in Italia, quanti italiani posso ritornare. I numeri, qui raccolti in un articolo dell’Economist datato 2011, sono sconfortanti.
L’emigrazione degli scienziati italiani non è fisiologica, gentile Sig. Ministro, è una patologia da curare. E lo sappiamo tutti, compreso lei.
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