Sono chimico computazionale e scrittore. E sono spacciato.

Self-Publishing vs. editoria a pagamento. La non-innocente confusione.


Posted on January 19th 2012, by Arturo Robertazzi in #DcSc, DestinazioneCuoreStomacoCervello. 16 comments

Su twitter e sui blog si fa un gran parlare di self-publishing. I tempi cominciano a essere maturi infatti per un mercato basato sulla pubblicazione di un libro gestita completamente dall’autore, senza il supporto di una casa editrice.

A prescindere che io sia d’accordo o meno (ancora non ho un’opinione definitiva su questo), c’è un fatto che comincia a toccare i miei nervi. E cioè la non-innocente confusione tra autore indie (autopubblicato) e l’autore che pubblica per una casa editrice a pagamento.

Mi sono deciso (con qualche timore lo ammetto) a scrivere un articolo unico un po’ lungo, in cui ho la presunzione di (provare a) spiegare cos’è l’editoria a pagamento, cos’è il selfpublishing, e soprattutto a mettere in evidenza quali sono le differenze.

1. L’editoria a pagamento è una truffa

La piaga dell’editoria a pagamento (EAP) è nota e, per una volta, non è una caratteristica tutta italiana. In inglese, per esempio, si definisce, in maniera molto efficace, come Vanity Press. Di EAP se ne è parlato molto nelle ultime settimane, anche grazie a Loredana Lipperini, che ha (ri)pubblicato una lista di editori a pagamento stilata da Writer’s Dream (questi articoli, quiqui, spiegano i dettagli).

Cosa vuol dire EAP, editore a pagamento?

Vuol dire che un libro viene pubblicato con un contributo in denaro dell’autore, che può essere anche versato in forma di copie comprate. Cioè, io ti do xx migliaia di euro, o mi compro xx centinaia di copie e tu, editore, me lo pubblichi.

Di truffe in questa pratica ne vedo tante: la truffa dell’autore nei confronti del lettore che compra un libro, molto probabilmente, di bassissima qualità; la truffa dell’autore nei confronti di altri autori che scelgono la strada etica della pubblicazione (in cui è l’editore a pagare lo scrittore, non viceversa); la truffa dell’editore che promette all’autore, in alcuni casi, giovane e ingenuo, un editing, una distribuzione capillare, una promozione sui giornali, salvo poi ritrovarsi, l’autore giovane e ingenuo, o con un portafogli più leggero di parecchi euro o con una casa piena di libri che non hanno nessun valore, se non affettivo.

Lo ammetto, è capitato anche a me, tanti anni fa, quando ventenne ero già in giro a cercare case editrici. All’epoca avevo una primissima immatura versione di Zagreb (che aveva anche un altro titolo) e di altri due racconti lunghi. Capii che l’editoria a pagamento doveva essere una truffa, quando l’editore mi disse: “Scegli tu quale libro vuoi pubblicare, tutti e tre vanno bene così come sono”.

Pensai che o io ero un genio della letteratura mondiale o lui era un truffatore.

Ho creduto che la seconda opzione fosse più plausibile.

2. Gli autori Indie sono imprenditori

“Self-publishing is the publication of any book or other media by the author of the work, without the involvement of an established third-party publisher”, dice wikipedia in inglese.

Mentre in Italia l’autoedizione non è ancora decollata, negli USA cominciano a esserci diversi esempi di autori “indie” che hanno sfondato il muro del milione di copie.

In cerca di una definizione puntuale di self-publishing, ho scovato un articolo di The Creative Penn, dal titolo Self-Publishing And The Definition Of An Indie Author.

Joanna Penn (scontato ma carino il titolo del blog) riassume il concetto di autore indie in quattro punti:

a) Indie significa “indipendente”: l’autore indie non si avvale di nessun editore. Semplice, ma non scontato.

b) Gli autori Indie sono imprenditori: gli autori autopubblicati oltre ad occuparsi del lavoro creativo, che è solo il principio, si occupano di marketing, vendite, avendo a che fare con assegni, pagamenti, entrate e uscite; sono cioè dei “micro-entrepreneurs”.

c) Gli autori Indie si avvalgono di professionisti dell’editoria. L’autore autopubblicato non è uno che crede di essere un genio, che non ha bisogno di editing o di altre professionalità. Anzi, proprio perché deve sostituirsi alla casa editrice, lavora con editor professionisti, grafici per ideare la copertina e tecnici per l’impaginazione professionale della sua opera.

d) Gli autori Indie sono interessati all’editoria tradizionale: Joanna Penn si sente in dovere di specificare che “Most indies don’t hate mainstream publishing either, despite the noisy few who make it look like we do”.

3. Editoria a pagamento vs. Self-publishing

A questo punto, le differenze sono ovvie. Un autore che sceglie un editore a pagamento gioca sporco: paga per essere pubblicato e arriva in libreria dichiarandosi scrittore, come se un uomo che va a prostitute ogni sera parlando con gli amici dice di essere un Don Giovanni.

Uno scrittore autopubblicato si mette in gioco: deve rendere noto per forza di cose di non avere editore, utilizza a pieno i nuovi canali di promozione, social network e blogging per esempio, e prova a diffondere il suo libro, soprattutto ora che il digitale comincia ad avere un suo mercato.

La prima pratica è una truffa, la seconda ha una sua dignità e rappresenta una ghiotta opportunità per gli scrittori.

Il punto di questo mio lungo articolo arriva qui: temo il proliferare, come funghi nel sottobosco, di loschi figuri che, fiutato l’affare, si propongono all’autore indie come guide a pagamento nel cammino per l’autopubblicazione, promuovendo così un’evoluzione del virus dell’editoria a pagamento verso una forma ancora più maligna e subdola.

È allora importante che si parli di self-publishing e si faccia capire al lettore che un sano self-publishing non significa automaticamente “libro di bassa qualità”. Per orientarsi in questo nuovo mondo, nuovissimo in Italia, ho trovato molto utile sbirciare tra le pagine di Self Publishing Lab, un luogo virtuale dove “incontrare altri che hanno già iniziato a pubblicare in questo modo”, con lo scopo finale di “mettere in comunicazione l’autore con i propri lettori”.

È un’editoria che sta cambiando rapidamente sotto i nostri occhi. E rapidamente evolvono i fastidiosi batteri e i pericolosi virus che in essa si vivono. Stiamo attenti, usiamo le dovute precauzioni, e godiamoci questo momento davvero entusiasmante.


Nota: mentre preparavo questo articolo, è stato pubblicato uno dal titolo Vanity press: pubblico, dunque sono, sul Fatto Quotidiano. Che, onestamente, trovo fuorviante.





16 Responses to “Self-Publishing vs. editoria a pagamento. La non-innocente confusione.”

  1. inachis io says:

    Vorrei aggiungere, previa consultazione col padrone di casa, il link a un post in cui racconto la mia esperienza di self-publisher (cartaceo). grazie!

    Marco
    http://www.direfarelamore.it/2011/03/04/selfpublishing/

  2. Fabiola says:

    Mi piace molto come hai chiarito una volta per tutte la differenza tra i due modi di pubblicare.
    Illuminante la frase: deve sostituirsi alla casa editrice, lavora con editor professionisti, grafici per ideare la copertina e tecnici per l’impaginazione professionale della sua opera.
    Ti ringrazio per aver sciolto i miei dubbi su questo argomento.
    Complimenti e grazie per questo utile post!

  3. Scrid says:

    Ciao Arturo,
    complimenti per l’articolo che trovo molto onesto. Anche io sono incappata nella truffa dell’editoria a pagamento, in un periodo in cui potevo permettermelo economicamente, cosa che insieme alla mancanza di esperienza e all’ingenuità dei tempi, mi ha fatto cadere nella rete e si… nella lusinga. Davvero ti fanno credere che ce la puoi fare e il fattore soldi, per te che ti senti un vero artista in quel momento, passa in secondo piano.
    Ma anche con il self-publishing bisogna stare attenti a certe clausole presenti nelle condizioni d’uso. A questo proposito su Storiacontinua.com abbiamo realizzato un paio di tabelle comparative che potrebbero interessare agli aspiranti e stiamo cercando anche di realizzare un sondaggio per stilare il profilo tipo del self-publisher italiano. Anzi, invito quanti hanno già autopubblicato un libro a darci una mano rispondendo al questionario. Posso inviarti i link?
    Grazie.

    • Arturo Robertazzi
      Twitter: ArtNite
      says:

      Purtroppo è così. Io sono sfuggito per poco. Ero con le mani nel portafogli, ma per fortuna mi sono fermato prima.

      Sul self-publishing italiano ci sarebbe tanto da dire. Molti degli autori autopubblicati, visto ciò che scrivo in questo articolo, non rientrano nella categoria “indie”, ma, in una specie di autore pubblicato a proprie spese che è un’evoluzione maligna dell’editoria a pagamento.

      Manda pure il link, mi pare molto interessante. :)

  4. Scrid says:

    Grazie :)

    allora qui le tabelle http://www.storiacontinua.com/editoria-digitale/self-publishing-a-confronto/

    qui il sondaggio http://sonialom.polldaddy.com/s/self-publishing
    Tu che fai parte dei Fantastici Book Blogger ci potresti esserci davvero d’aiuto nel diffonderli.
    Fammi sapere che ne pensi… e se hai molto da dire sul self-pub in Italia noi siamo disponibili a pubblicare un tuo guest post a proposito!

  5. Alessandro says:

    A l di là di un certo sentenziare, che purtroppo è moda (e colpa) di certi blogger rampanti, trovo tutto molto interessante.
    La domanda, però, sorge spontanea (e qui la Lipperini ovviamente non ha mai risposto; almeno tu fallo, per cortesia): ma “ilmiolibro” di Repubblica, dove lo collochi?
    Un saluto,
    Alessandro

    • Arturo Robertazzi
      Twitter: ArtNite
      says:

      Nel post che stiamo commentando è chiaro che l’autore Indie “vero” non si avvale di figure terze per “confezionare” la sua opera. Crea un nome per la propria mini casa editrice, si occupa di marketing, assolda editor e grafici professionisti per il testo e la copertina, e alla fine, fa i conti con le entrate e uscite.

      L’autopubblicazione è, cito Self Publishing Lab, “un’attività che non si può ridurre alla stampa e alla distribuzione del proprio libro come avviene su siti internet come Il Mio Libro o Lulu”.

      Non so bene dove collocarlo, ma Ilmiolibro.it non è un sano self-publishing.

  6. Editoria a pentimento…

    Resoconto dell’esperienza fallimentare di un self-publisher….

  7. Ciao Arturo, ti riporto la mail che ho mandato alla Redazione de Il Fatto dopo l’articolo da te menzionato, frutto della mia personale esperienzale come autore INDIE:

    ***

    Ho letto con interesse l’articolo “Pubblico, dunque sono” pubblicato su Il Fatto di ieri, ma dopo averlo concluso ho ritenuto più che opportuno scrivervi per confutare alcune delle affermazioni in esso contenute.

    Mescolate chi si affida a Editori a Pagamento (EAP, per gli amici) e chi, volente o nolente, sceglie la via del self-publishing. Tradotto: il primo paga per farsi pubblicare, il secondo (come l’autrice dell’articolo in fondo alla pagina) si rimbocca le maniche e si occupa delle attività che normalmente vengono delegate a una casa editrice.

    Riportate affermazioni sulla scarsa qualità della scrittura di chi si autopubblica.Siete proprio sicuri che TUTTI quelli che si autopubblicano siano degli imbrattaschermi? Sicuri sicuri? Io mi sono pubblicato su Amazon, Lulu e altri siti che vendono ebook, sono il primo a sostenere che si rischi di incontrare opere orripilanti, poco originali e piene di refusi. D’altro canto trovo parecchio pretenzioso bollare come tali tutti i romanzi autopubblicati

    Vi svelerò un segreto: le case editrici non sono più un intermediario culturale.

    Stupiti? Eppure è così, non vedo altra giustificazione per quello che è accaduto negli ultimi anni. Le mode dettano le nuove uscite e le librerie si riempiono di romanzi (parlo per i generi che prediligo, il fantastico, il fantasy e l’horror) del tutto inadeguati e scelti di certo non in base ai dettami che il buon senso imporrebbe a uno strumento d’intrattenimento come può essere un buon libro. Ho inviato il manoscritto del mio primo romanzo a una dozzina e oltre di case editrici, e alla faccia dei feedback costruttivi tutto quello che ho ricevuto dopo un anno di attesa (durante il quale ho continuato a scrivere, non c’è altro modo per migliorare il proprio stile) sono stati dei laconici “no” privi di spiegazione.

    Essere bocciati serve? Non in queste condizioni, perché se non mi viene data una motivazione, non so cosa e dove posso migliorare. Ah, la scusa tipica delle case editrici è che riceverebbero troppi manoscritti, ma un buon intermediario culturale potrebbe impegnarsi un po’ di più, giusto? Anche perché non c’è peggior risposta di una non risposta.

    Morale: dopo un anno di attesa mi sono stufato di girarmi i pollici e ho deciso di autopubblicarmi: copertina, editing, pubblicità, un sito, tutto quanto. E’ faticoso? Sì. Ripaga? Sì, sopratttutto perché le prime recensioni che ho ricevuto (da siti SERI e frequentati anche da migliaia di lettori) sono state più che positive. Non mi interessano folle di lettori né diventare il nuovo King o il nuovo Gaiman, tutto quello che voglio è costruirmi pezzo per pezzo un bacino di affezionati che possano giudicarmi e permettermi di crescere ancora come scrittore.

    Puoi trovare l’autore valido come lo scribacchino sia nel mondo ortodosso dell’editoria che nella new jungle del self-publishing e dell’editoria digitale, andare giù di mannaia su questo secondo mondo mi sembra pretenzioso e inaccurato.

    Cordiali saluti,

    Flavio Graser

    ***

  8. [...] Sento il bisogno di spiegare una cosa, perché mi pare di intuire che qualcuno non l’ha ben chiara e sta facendo confusione. Il self-publishing NON è editoria a pagamento. C’è molta (anche finta) confusione sull’argomento: questo articolo ne è un esempio. Sono due pratiche ben diverse e hanno due procedure all’opposto. Hanno anche due significati diversi. Lo spiega bene anche Arturo Robertazzi a questo link. [...]

  9. Azia Rubinia says:

    Salve, sono Azia, uno dei Demiurghi e arrivo qui da twitter.
    Ho letto con molto interesse sia questo articolo, sia quello relativo alla “Piazza del sapere o terreno per sciacalli”.
    Sto per postare il mio commento… acidissimo… ;)

  10. Azia Rubinia says:

    C’è da dire, e voglio precisarlo puntualmente, che il mio è un discorso generico rivolto a un parco di utenze molto ampio, questo è quello che mediamente succede e le poche e bellissime perle che si possono scovare tra gli autori in self-publishing vengono penalizzate e spesso etichettate erroneamente per il fin troppo numeroso parco di schifezze che si trovano.

    In merito al self-publishing la mia opinione non va oltre quella già infinitesimale che ho sulla EAP, ritenendolo una forma aberrante di quest’ultima, esaltato in modo errato.
    Con i dovuti distinguo che già avete ampiamente indicato su cosa è davvero – per voi – il SP, posso affermare con una certa sicurezza che non tutte le case editrici che fanno EAP lavorano male e campano solo sulla pelle degli autori (ma io devo ancora trovarne una…).
    Qual è la verità, allora? Non penso che esista una verità assoluta: ci sono buoni e cattivi autori come ci sono buoni e cattivi editori.
    La verità, come sempre, penso stia nel mezzo; un autore, se vuole fare un buon lavoro e migliorare sempre se stesso per produrre opere di qualità, dovrà concentrarsi su questo e non fare anche l’editore, se invece vuole promuovere davvero bene e vendere e veder apprezzata la sua opera, farà invece l’editore. Io dico che la cosa migliore sia sempre quella di guardare con occhio critico a se stessi e capire quali sono i propri limiti, fidandosi per una volta del giudizio altrui.
    Giudizio altrui che deve arrivare da più fronti: uno sicuramente quello dei lettori, preferibilmente non amici che possano darti un parere spassionato (sempre se uno vuole la verità e non una sviolinata) cosa questa sempre più difficile da trovare, l’altro è quello dei cosiddetti esperti che altro non sono che i valutatori delle case editrici. Quelle serie, non quelle che fanno EAP.
    Per approfondire bene la mia argomentazione (tendo a divagare, scusate), prendiamo lo standard italiano, perchè di Italia si parla e non di altre nazioni: l’autore medio italiano non è solitamente una persona ricca e chi lo è solitamente è anche abbastanza noto da non aver bisogno di autopubblicarsi, gli basta bussare alla porta di Mondadori o altre grandi case editrici e si ritrova la strada spianata; differentemente l’autore medio (non mediocre, quello è un altro discorso) ha pochi soldi e generalmente sono quelli destinati al mutuo, al mantenimento dell’auto (oggigiorno un lusso), alle vacanze che sono anni che non fa e via discorrendo.
    Nel momento in cui presenta il proprio manoscritto alle case editrici, nell’ipotesi migliore in cui non si rivolge a una della gang dell’EAP, passano mesi prima che questa dia una risposta e il più delle volte tale risposta è negativa, che venga o meno argomentata. È capitato anche a me, ma a fronte di una richiesta di argomentazione, la risposta è sempre arrivata puntuale e precisa e, devo dire, almeno sincera, credibile e inoppugnabile dal loro punto di vista (se sono frasi fatte lo si capisce subito, secondo me). Bisogna sempre cercare di mettersi anche “dall’altra parte” prima di partire lancia in resta con una filippica contro chi ci ha negato la realizzazione di un sogno, cosa questa che gli italiani si sono ormai dimenticati di fare, dimenticando cosa sia l’umiltà e quindi il giusto modo di porsi e di rispettare l’opinione di chi, in teoria, ne sa più di te.
    Il reale trend che finora ho riscontrato per quanto riguarda il SP qui in Italia è una china discendente che lo relega davvero a essere quell’ultima spiaggia che voi dite non essere.
    Infatti alla fine, ogni volta che mi imbatto in un autore auto-pubblicato, mi rendo conto parlando con lui/lei che bene o mani sono passati tutti da una china discendente di “no” di case editrici di una certa notorietà e levatura, fino ai “si” altisonanti ed entusiastici degli EAP subito contornati da “dammi i soldi che ti pubblico” fino ad arrivare alla scelta del Self-publishing.
    Toh, guarda il caso.
    Ma nel caso specifico, l’autore serio che si rivolge a professionisti (editor, grafici, web-designer, addetti marketing, ecc.) per poter produrre un’opera quanto meno di qualità, proprio perchè non è interessato a diventare il nuovo King o novello Hickman, non deve forse metter mano al portafoglio e pagare queste figure? O si pensa che, come quelli dei finanziamenti pubblici, i soldi arrivino da bonifici interplanetari da Marte? O, peggio, si pensa che dei professionisti lavorino gratis con la “speranza” di ottenere un compenso “se l’opera vende”?
    Prima di decantare tanto una cosa, poniamoci per bene queste domande. Inoltre, il self-publishing è forse la forma più adatta per diffondere i propri scritti sul web nel formato ebook, ma nel momento in cui si desidera diffondere i propri scritti anche in forma cartacea dobbiamo rivolgerci anche a una tipografia. O ci si deve improvvisare anche tipografi?.
    Ecco quindi che nascono quelle forme che qui vengono definite “virali” e “maligne” di EAP nelle quali si fanno rientrare quelle figure che fanno da intermediari – a pagamento, ovviamente – tra tipografia, web e autore.
    Se poi si deve finire per fare anche il contabile avendo a che fare con entrate e uscite, improvvisandoci novelli commercialisti di se stessi, tempo per scrivere non ne abbiamo più.
    Tralasciando la questione del “ne vale la pena?” che ovviamente trova per ciascuno una risposta differente, è anche vero che siti del tipo de ilmiolibro.it (bleah) o youcanprint.it (molto meglio) che si pongono come intermediari tra te autore e tutti i servizi che comunque devi pagare, tornano molto utili agli scrittori che vogliono fare del SP, che si avviano in questa loro nuova “filosofia di vita”.
    A conti fatti, il SP come l’EAP richiede soldi all’autore e non permette alcun filtro qualitativo. Per carità, non sto certo dicendo che quello che si trova sugli scaffali in libreria sia un campionario di eccellenza letteraria, ma è ciò che il pubblico vuole (ossia il nulla cerebrale).
    Tu, autore ed editore di te stesso, non sei in grado di valutare obiettivamente la reale qualità della tua opera, non sei in grado di valutare il target reale presso cui fare pubblicità del tuo libro e fin troppo spesso l’autore medio si rivela essere – ahimè – mediocre proponendo al pubblico variegato di internet opere di scarso livello (per dirla con gentilezza) omaggiate entusiasticamente sulle recensioni da parte di gente che non l’ha mai nemmeno letto, ma siccome ha visto il link sulla bacheca di facebook o altro social network va a scrivere che è meraviglioso e avvincente solo perchè ti ha tra le sue amicizie.

    Ecco, a conclusione di tutto, mi vien da pensare che la stragrande maggioranza delle persone che si mostrano tanto entusiaste del SP e che “denigrano” i sistemi classici preferendo di gran lunga questo sistema indie lo facciano nascondendosi dietro a un dito; mostrano una facciata neanche fossero sessantottini mancati perchè, cavolo, “non voglio far parte di un sistema, io voglio essere io”, ma in realtà dentro di loro sono intimamente convinti di essere dei grandi fenomeni della letteratura moderna e contemporanea ovviamente incompresi. Non tutti, sia chiaro. Ma la maggior parte.

  11. [...] Rischio d’impresa tendo poi a sottolinearlo che ha scarsa presa anche tra gli auturi, visto la scarsa diffusione del self publishing. [...]

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