Sono chimico computazionale e scrittore. E sono spacciato.

Ho bisogno di un’altra cura per la mia Weltschmerz.


Posted on February 4th 2012, by Arturo Robertazzi in #DcSc, DestinazioneCuoreStomacoCervello. 3 comments

Mi chiedono spesso come mai un poco più che trentenne sceglie di scrivere un romanzo ambientato in una guerra, e in particolare in una della guerre della ex Jugoslavia.

Perché non un romanzo più leggero, un thriller magari o addirittura un romanzo d’amore?

A questa domanda io ho sempre risposto con un’altra. Ho cominciato a scrivere Zagreb a fine anni ’90, e all’epoca, abbiamo sentito della guerra lampo in Slovenia, della guerra in Croazia, della guerra in Bosnia, della guerra in Kosovo, per rimanere in Europa. Ma nello stesso periodo vedevamo la prima guerra in Iraq e i tanti disastri africani.

Ecco, alla domanda rispondo con questa domanda: come potevo io non scrivere di guerra?

Ammetto è una soluzione un po’ retorica. Ma dopo le presentazioni di Zagreb, che ora cominciano a essere tante, credo di aver capito una cosa che non mi era mai stata chiara prima: le guerre di quegli anni hanno scolpito un solco profondo, da qualche parte dentro di me. Dire che io, che noi, non abbiamo vissuto quelle guerre, secondo me non è corretto. Le guerre le abbiamo prese in pieno, ma non ce ne siamo mai accorti. O meglio: io non mi sono mai accorto che le città martoriate, le popolazioni maciullate, i rischi di guerra totale in realtà sono entrati dentro di me e ne sono usciti, a gocce di inchiostro, solo quando ho scritto Zagreb.

Comincio a credere che Zagreb sia stato un tentativo di cura. Di autocura.

Oggi, però, per varie ragioni, mi ritrovo fino al cuore, dentro i disastri che succedono in Egitto e Siria: qualche giorno fa decine e decine di uomini massacrati in un campo di calcio in Egitto, oggi centinaia di vittime in Siria.

Come si può godere del sole di Berlino, come si può amare, come si può accettare di vivere in un mondo che sta scivolando dentro un neo-medioevo?

Un amico berlinese mi diceva che sono da troppo tempo in Germania e che sto sperimentando quello che in tedesco si chiama Weltschmerz.

Dopo Zagreb, avevo molti dubbi su quale romanzo avrei scritto. Ecco, credo che siano dei dubbi risolti: ho bisogno di un’altra cura.





3 Responses to “Ho bisogno di un’altra cura per la mia Weltschmerz.”

  1. Noemi says:

    argh. interessante questo concetto della Weltschmerz. :)

  2. marilù
    Twitter: lesmotslibres
    says:

    Arturo, se c’è un motivo per cui ho amato il tuo romanzo è proprio per il tema scelto. All’inizio, a sole poche pagine dall’inizio, su twitter ti ho parlato di “incoscio collettivo”. Con quella definizione junghiana, volevo dire per l’appunto che quella guerra, quel tema scelto, faceva parte di me, di te, di noi… che guardavamo a quel conflitto da lontano soltanto perché eravamo fisicamente al caldo nelle nostre case, e invece quella guerra era così vicina nelle nostre anime. Ricordo che guardavo l’orizzonte da una finestra del Colle di Urbino e sentivo le bombe, i colpi delle armi dentro di me, mentre ascoltavo “Notte in Italia” di Fossati. Quella guerra ci è entrata dentro e il tuo racconto, così vero, così penetrante ha risvegliato quei momenti… ed è bellissimo se non disarmante, incontrare anni dopo, la lettura di Zagreb. Per te la cura, per noi, per me che lo leggo, una cura attraverso le parole di chi ha il coraggio di scrivere e raccontare. Quale altra sorpresa potrebbe riservarci la vita se non quella di rivivere e “catalogare” la nostra rabbia, le nostre emozioni attraverso la letteratura? Io ti ringrazio per tutto questo. La tua cura è anche la “mia/nostra” cura. Quindi scrivi perché la parola ci salva, sempre. E noi ti leggeremo.
    (è un post che sentivo di scrivere da tempo e oggi il tuo post ha fatto sì che ne trovassi il coraggio in fondo a me stessa…)

  3. Arturo Robertazzi
    Twitter: ArtNite
    says:

    Grazie Marilù, sentirsi dire queste cose credo sia la soddisfazione più grande per uno che scrive…

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