Quando era chiaro che avrei partecipato come relatore a Librinnovando 2011, scrissi una serie di articoli per raccogliere l’opinione dei lettori sul futuro dell’editoria. Cominciavo in quel periodo, era ottobre 2011 e l’idea eZagreb prendeva piede, a interessarmi all’argomento, fino a scrivere, forse con troppo entusiasmo, di tempesta digitale e rivoluzione. Nei prossimi mesi, qui su Scrittore Computazionale, vorrei provare a capire cosa ci sta succedendo a noi lettori, scrittori, editori, blogger e critici letterari. Le risposte saranno poche, le domande tantissime.

Qual è il futuro dell’editoria?

A giudicare dal numero di articoli e blog post che affrontano la questione, non si può negare che qualcosa stia davvero succedendo. Nick Morgan su Forbes prevede un futuro non esattamente roseo per l’editoria tradizionale; sul blog della Edinburgh World Writers’ Conference (in cui scrittori di tutto il mondo affrontano diversi temi, uno di questi è proprio il futuro del romanzo), Tim Parks sottolinea l’importanza dell’interazione lettore-scrittore e China Miéville propone un doppio plurale, e discute i futuri dei romanzi anziché il futuro del romanzo. In casa nostra, gli articoli di Giuseppe Granieri sulla STAMPA andrebbero letti tutti, iniziando magari con Due visioni sul futuro dell’editoria e Essere un autore, oggi.

Il punto è qualcosa sta succedendo all’editoria e al romanzo e, quindi, allo scrittore.

La mutazione dello scrittore: con il culo per strada o tra le nuvole?

All’inizio dell’estate, un giugno fresco qui a Berlino, i Wu Ming lanciavano l’operazione Glasnost, la pubblicazione annuale dei dati di vendita delle loro opere, avviando su Giap una discussione sui cambiamenti dell’editoria. Parole come trasformazione, mutazione ed evoluzione venivano usate in riferimento alle abitudini del lettore e al mestiere dello scrittore.

Provando a interpretare i loro dati, sostenevo, in un articolo pubblicato su Ledita, che ormai leggiamo (e quindi compriamo) meno romanzi cartacei, perché leggiamo più cose su tanti supporti. La soluzione, azzardavo, è esplorare nuove forme di narrativa. Ne è venuta fuori una discussione che provo a raccontare qui in poche righe.

A proposito dell’importanza di sperimentare nuove forme di narrativa, Wu Ming 1 commentava così:

Di questo se ne parla da tanto, in prospettiva è tutto giusto e direi imprescindibile, ma ragionare solo in termini di prodotto digitale che vive in rete e asseconda le nuove abitudini in fatto di lettura non basta. Noi ci auspichiamo narrazioni che *scendano in strada*, che abbiano ramificazioni non digitali, che mettano i corpi in contatto tra loro […] Ecco, anche questo per noi è il transmediale. Tenere il culo per strada… e magari pure nei boschi. Letteralmente, lo scrittore si dà alla macchia

Anche Simone Ghelli degli scrittori precari commentava il mio articolo, tesimoniando le difficoltà degli autori che vanno per strada:

Il lavoro fatto in questi anni per portare la rete in strada è stato importantissimo, ma difficilmente diventa un lavoro retribuito, almeno che non si abbia un grosso seguito […] Noi ci abbiamo provato ad esempio con il progetto “Trauma cronico”, che era un oggetto molto poco identificabile […] e di resistenze ne abbiamo trovate molte […] Eppure mi pare che la direzione non possa che essere questa, continuando magari a sperimentare con forme diverse, e soprattutto facendo davvero rete tra chi crede che questo sia il lavoro da portare avanti.

Fermo restando che l’andare per strada è sempre stato e continua a essere uno dei compiti, spesso piacevoli, dell’autore (a fine ottobre si riparte con un mini tour della Sardegna di Zagreb), sono convinto che sia un dovere per l’autore di oggi esplorare nuove forme di narrazione che sfruttino al massimo il grado di connessione che ognuno di noi sperimenta ogni giorno. Su Ledita, lo scrivevo così:

Non è più sufficiente scrivere un romanzo e poi inventarsi una trasposizione digitale, semplice o innovativa che sia. Il “nuovo romanzo”, l’oggetto digitale di cui avevo scritto in La schizofrenia Autore-Blogger scomparirà, o forse no, dovrebbe nascere digitale e crescere in rete, riempendo tutti i canali che la rete propone. Il romanzo cartaceo, quello a cui siamo abituati da secoli, è ormai solo una della forme dell’oggetto digitale, che perlopiù vive online, tra le nuvole.

La tempesta evolutiva sulla lettura

Mentre rileggevo gli articoli citati qui, Morgan Palmas ha pubblicato un post sul blog de Sul Romanzo, in cui usa insistentemente la parola evoluzione in riferimento alla parola lettura:

La lettura sta diventando qualcosa di differente, non esistono soltanto nuovi mezzi, ma è, ripeto, la lettura stessa a subire un’evoluzione. […] L’evoluzione biologica della lettura è a un bivio e i blog letterari cercano di sondare il terreno alla ricerca dei segni della nuova era.

Morgan Palmas chiude l’articolo invitando a una discussione su questi temi, che avvenga sui blog e sui social network. L’hashtag da seguire è #LitBlogStorm.

Il blog letterario e l’estinzione dei dinosauri

Su Ktopic, Angelo Ricci scrive un pezzo in cui prova a spiegare quale sia il futuro dei blog letterari. Molto cautamente risponde ad alcune domande e ne pone delle altre.

Innanzitutto, segnala la vivacità e la centralità del blog letterario:

I blog letterari quindi come mezzo imprescindibile per dar voce al desiderio di condividere il nostro rapporto con la letteratura, per dar voce all’esigenza di analizzare la nostra contemporaneità attraverso i libri.

I blog letterari sarebbero, scrive Angelo, la quintessenza del blog, il prodotto di un’evoluzione: come agili mammiferi, vittoriosi della sfida evolutiva contro i dinosauri. Un’evoluzione già avvenuta, a leggere le ultime parole dell’articolo:

Forse è un futuro già scritto nel loro presente purché quel presente rimanga vivace, dinamico e soprattutto attento a scoprire tutto quello che c’è non solo sulla pagina di un libro, ma anche quello che, a volte, si nasconde dietro.

La parola chiave è evoluzione

Con questo termine, in biologia, si definisce un processo ininterrotto in cui, in seguito all’accumularsi di modificazioni, piccole o trascurabili, affiorano, in un arco di tempo sufficientemente lungo, drastici cambiamenti in un organismo vivente. Il processo evolutivo si basa sul trasferimento del patrimonio genetico da una generazione all’altra, patrimonio che subisce mutazioni, a volte casuali, a volte indotte dall’ambiente in cui l’organismo vive.

Lo confesso: negli ultimi mesi di fronte alla parola evoluzione, ho sentito una certa inquietudine. Ho pubblicato un romanzo, sono alle prese con il secondo, e sono convinto che l’autore debba esplorare, spingere per l’innovazione, ma mi sento come intrappolato in una rete di informazione, opinioni, mode. Sono inquieto e mi chiedo: dov’è l’innovazione, dov’è l’evoluzione? E’ questa evoluzione nel cambiamento del ruolo delle case editrici tradizionali? Nella multimedialità dei romanzi enhanced? Nel rinnovato rapporto scrittore-lettore?

Poi mi vengono alla mente gli studi di biochimica, delle reazioni metaboliche, della genetica e rivaluto la parola evoluzione. Il selfpublisher sconosciuto, il romanziere esordiente che ha osato, il piccolo editore rivoluzionario, sono trascurabili mutazioni che lentamente stanno modificando il patrimonio genetico dell’editoria, della Letteratura. Stiamo tutti contribuendo, per quanto infinitamente piccoli noi siamo. Trascorso un arco di tempo sufficientemente lungo, sarà evidente che le mutazioni, quelle casuali e quelle indotte, avranno portato a compimento il processo evolutivo dell’editoria, del lettore e dello scrittore.

Di fronte a tale immensità non mi resta altro che aprire un libro, leggere e perdermici dentro.

Il mestiere dello scrittore sta davvero cambiando sotto i nostri occhi? E l’avvento di nuovi supporti come influenza le abitudini del lettore? Siamo davvero di fronte all’evoluzione del romanzo? Se ti va, condividi la tua opinione nei commenti.

 

3 Comments

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  1. …chi legge sempre non ha problemi puo’ usare e-book anche se preferisce il libro come oggetto di culto, feticcio da toccare e sottolineare ….è ovvio che l’editoria è in mutazione …forse molte riviste glamour e superficiali non interessano più….mi dispiace per le librerie che stanno chiudendo…
    gli scrittori pubblicano con Feltrinelli e-book ma poi non hanno visibilità e il libro indipendentemente dalla qualità, è destinato ha un precoce decesso….

  2. Con tutto il rispetto: a me sembra che si continui, senza sosta, a parlare di forme, facendo finta di aver già capito i contenuti. E mi sembra, anche, che si rimanga attorcigliati attorno a un giro più o meno grande di ombelico. Scrittrici e scrittori oggi sono coloro che hanno qualcosa di interessante da raccontare, e può anche essere la stessa storia da millenni, ma ciò che è speciale è il punto di vista unico, irripetibile, da cui un autore racconta quella storia. L’apparente libertà, in realtà puramente ed esclusivamente formale, donata dall “evoluzione” democratica e tecnologica nella quale siamo immersi e che in realtà è molto più frutto di irretimento patinato, che non di libera scelta di “connettersi”, sta facendo sparire qualunque attenzione ai contenuti, tutti si soffermano si eccitano si scannano sulle pure forme. Viviamo in una meta-realtà in cui scendere in mezzo alla strada non è altro che un pretesto strumentale per poi tornare a scrivere. Personalmente non condivido per niente questo punto di vista; prima si vive, per vivere, e poi si scrive, scrivere aiuta a dare un senso alla vita, ma vivere per scrivere o peggio ancora, per farsi leggere, è una forma di alienazione inquietante quasi come vivere per finire in un reality show.

Phaedrus’ Journey

by Arturo Robertazzi

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