Come ogni giorno, ti svegli, prepari il caffè, accendi il computer. Ieri avresti controllato le tue email, avresti aperto una per una la pagina Twitter, quella Facebook, Instagram e infine avresti controllato le visite al tuo blog. Con un po’ di soddisfazione avresti notato un picco in corrispondenza di quel post che ti è costato tanto sudore e, scendendo un po’ più in giù nella pagina di analytics, avresti sorriso a quella parola chiave stramba con cui il visitatore è arrivato al tuo articolo. Oggi sorseggi il caffè e ti accorgi che tutto questo è sparito. Dell’entusiasmo nel vedere i quindici “mi piace” a quella foto scattata all’angolo tra Hermannplatz e Sonnenallee nemmeno l’ombra. Cosa ti sta succedendo?

Sintomi preoccupanti dell’animale social

Diciamolo pure: sono il tipico animale social, della specie constant checker, secondo l’infografica di Mashable.

I libri che leggo sono su Kindle e Tablet, la mia musica è su Spotify, seguo l’arte su Art.sy, mi sono appassionato alla letteratura fatta coi computer e gli algoritmi delle Digital Humanities. Mi sono sempre battuto perché si faccia chiarezza sull’evoluzione digitale, perché non si abbia paura degli eBook, e perché si dia la giusta dignità al self-publishing. Per la promozione del mio romanzo, Zagreb, e per la sua versione digitale arricchita, ho sperimentato con impegno e dedizione l’uso dei social network, affascinato dalle potenzialità che questi offrivano.

Per questo credo che sia significativa l’involuzione digitale che sto vivendo. Da qualche mese, cioè, avverto dei sintomi preoccupanti (salutari direbbe qualcuno): la frequenza con cui pubblico gli articoli sul blog è calata drasticamente, twitto con apatia, gli ultimi romanzi che ho letto sono romanzi di carta, lo schermo e-ink del Kindle e quello luminoso del Tablet sono rimasti spesso spenti.

Comunicazione digitale: equilibrio e consapevolezza

Frustrazione, affanno, ansia: è che la maniera di fruire l’informazione sta cambiando e ogni cambiamento, ogni rivoluzione, lo sappiamo, non avviene senza distruzione e ricostruzione. L’informazione è diventata fluida, un fiume in piena di cui noi stessi facciamo parte e da cui spesso veniamo travolti. Noi che, come i microorganismi di Nemesis, ci stiamo legando a formare una super-coscienza, il cui sistema nervoso è la Rete.

In questo processo, ogni individuo che voglia cercare di migliorare se stesso e la sua conoscenza attinge da un flusso di informazioni di fronte al quale non può non sentirsi in pericolo. Paradossalmente questo immenso flusso è spesso la causa di mancanza di progresso nell’apprendimento: l’information overload, il sovraccarico informativo, è una delle più grandi sfide che la produttività umana abbia incontrato.

È diventato quindi necessario scoprire dei meccanismi di equilibrio e di consapevolezza per facilitare il rapporto con le potenzialità e i rischi della comunicazione digitale, come scrivono gli autori di Digital Awareness.

L’affanno dello scrittore

Quando penso a tutto questo, penso ovviamente alla scrittura. Dopo l’uscita di Zagreb e dopo l’anno di promozione, seguendo il ciclo naturale dello scrittore, ho cominciato la stesura del secondo romanzo.

Se da una parte sento l’urgenza (e l’affanno) di includere nella fase di scrittura l’uso dei social network in maniera creativa (vedremo se ne verrà fuori qualcosa), dall’altra sono consapevole dell’importanza di essere completamente invischiato nella scrittura o, per dirla come la Lipperini, di essere scrittore al 100%. Che non significa ritornare a scrivere a penna e barricarsi in casa, ma abbracciare i cambiamenti della nostra società, viverli e raccontarli. Uno scrittore, cioè, deve simultaneamente nuotare nel fiume e sedersi sulla riva a guardarlo, per usare le parole di Ngugiwa Thiong’o. A guardarlo e a descriverlo, aggiungo io: questo è il nuovo-vecchio mestiere dello scrittore.

L’editoria sta attraversando un’evoluzione epocale, gli editori sono paralizzati, i librai sono sul piede di guerra, il self-publishing è un fenomeno in crescita, si rinnovano il mestiere dello scrittore e le abitudini del lettore, ma una verità indiscussa rimane: i lettori vogliono leggere una bella storia e gli scrittori devono saperla scrivere. Punto.

Hai avvertito anche tu sintomi preoccupanti? Ti senti sommerso dal flusso dell’informazione? Se ti va, condividi la tua opinione nei commenti.

8 Comments

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  1. Ciao Arturo 🙂 ho avvertito anche io sintomi preoccupanti e mi pongo questioni sul flusso di informazioni e non solo: sul flusso di emozioni vere e proprie veicolate dalla rete, che non sempre, sono sincera, mi sono parse “positive” o costruttive, anzi. Sento anche io un calo di “coinvolgimento”, soprattutto rispetto ai social network: mi rendo conto sempre di più che tutto quanto mi fa soffrire o mi preoccupa nella realtà “fisica” si riproduce, uguale, molto simile, nella realtà “virtuale”. In una parola, il giorno in cui ho avvertito una considerevole dose di dolore causata dalla “rete” è stato quello della fine della mia personalissima innocenza di “navigatrice”. Detto questo, mi sono chiesta se continuare a esistere in quella/questa realtà, come essere umano, come “blogger”, come account twitter etc. E la risposta è stata sì, certo. Si tratta semplicemente di proseguire un lungo viaggio, nel mio caso diventando adulti nel mentre, con tutte le incertezze, difficoltà, perplessità e conquiste del caso. L’information overload è oggettivamente un problema da affrontare: si tratta però di un problema umano e pertanto, secondo me, risolvibile con l’stinto e la ragione insieme. L’importante, credo, è sapersi difendere, proteggere e tutelare da se stessi, anche. Quanto al compito dello scrittore: qui sul tuo blog e fuori se ne è discusso così tanto che non saprei quanto apportare alla questione, ma dico la mia: secondo me la presenza dello scrittore in rete non è necessaria. La sua presenza e abilità nel confrontarsi con questo mondo (digitale) è una sua scelta e un pregio, un “plus” come si usa dire, che può avere o non avere. E a questa consapevolezza sono arrivata di recente. Non sono certa che esserci in rete contribuisca alla sua “visibilità”, ma di sicuro alla sua “complessità”. Districarsi in una rete, per sua definizione, è qualcosa di complesso, in effetti, e si può decidere di dipanare questa matassa o meno. Fino al giorno in cui, forse, non sarà più una scelta ma una condizione realmente più naturale di quanto lo è oggi. Chissà. Vorrei essere una cybermosca per scoprirlo…

  2. Mi chiamo Virginia, ho 29 anni, e ho sintomi preoccupanti.
    😉 Scherzi a parte, credo che il tuo racconto delle sensazioni da overload informativo sia perfetto. E i dubbi amletici che accompagnano la riflessione sullo scrivere, essere scrittura, raccontare la scrittura, etc ritornano spesso nei discorsi (ricordi “produttività vs selettività” http://virginiafiume.wordpress.com/2012/09/01/produttivita-vs-selettivita/?)

    io per superare l’ansia ultimamente uso due tecniche:

    1) penso 10 secondi in più – contati davvero -prima di convidere qualcosa su Fb e Twitter. Di solito in quei dieci secondi mi domando: lo trovo davvero interessante o è un modo per far sentire la mia voce? Aggiunge qualcosa a una mia linea di ragionamento? E’ più utile condividere e, eventualmente, stare dietro alla conversazione che potrebbe generare, o aprire un link ulteriore e andare avanti ad approfondire il tema. E magari scrivere qualcosa di più articolato?

    2) cerco di sganciarmi dalla navigazione dei social network. Piccoli trucchi: invece di aprire facebook apro igoogle, e mi muovo tra i link che ho selezionato nel mio aggregatore di feed. Oppure mi sforzo di “sfogliare” twitter ma concentrare l’attenzione per qualche minuto per selezionare da quale punto voglio far cominciare un percorso di lettura.

    Insomma, cerco di darmi delle boe, in un mare che a volte mi pare troppo pieno di correnti. A volte invece mi lascio trascinare. Dipende. Ma cerco di nuotare il più possibile.

  3. Information overload, davvero una brutta bestia 😉 e ne so qualcosa visto che per lavoro mi occupo di social media e gestisco oltre 20 account diversi (esclusi i miei personali). I sintomi che descrivi sono reali, si presentano ciclicamente e occorre sapersi difendere.
    Io a volte mi isolo, ho orari e momenti in cui non posto e non controllo i social, ho imparato a staccare la connessione e, soprattutto, ho accettato di non poter essere sempre aggiornato su tutto.
    Il rischio è il rigetto, che mi pare essere anche il non-detto che anima una parte del dibattito sull’efficacia dei social media di cui dai conto nell’ultimo paragrafo.
    Che i social media non siano un buon canale di vendita mi pare in un certo senso scontato. Sono strumenti di comunicazione che possono, tutt’al più, valorizzare un prodotto e le capacità sociali e relazionali di chi lo ha creato.

  4. Come sono vere le tue parole, caro Arturo. Temo davvero che io sia un’aspirante scrittrice totalmente scollegata della realtà editoriale che, come osservi, appare sconvolta da rivoluzioni copernicane. Ma non credo affatto che il mio mancato successo (o la mancata rispondenza e risposta nel consenso delle case editrici) sia dovuto a questo. Non sono stata in grado di scrivere una storia così bella da meritare la pubblicazione. Ma ci riuscirò. E intanto il tuo libro mi accompagnerà nei prossimi giorni freschi d’autunno.

    • Ciao Serena,

      hai ragione quando dici “non credo affatto che il mio mancato successo (o la mancata rispondenza e risposta nel consenso delle case editrici) sia dovuto a questo”, al fatto di essere scollegata dalla realtà editoriale.

      Continua a provare, scrivi e, prima o poi, una storia di cui sarai soddisfatta verrà fuori. E se hai una bella storia, prima o poi, questa troverà la via della “buona” pubblicazione.

      Spero Zagreb, ti piaccia. Aspetto un feedback! 🙂

      Buona lettura,

      Arturo

Phaedrus’ Journey

by Arturo Robertazzi

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