Negli ultimi mesi mi sono appassionato alle Digital Humanties (informatica umanistica in italiano), una disciplina emergente che impiega strumenti computazionali, algoritmi e statistica nello studio della letteratura. Nel primo blog post in cui ho introdotto le Digital Humanities su Scrittore Computazionale, concludevo con una domanda, se vuoi, un po’ filosofica. Dopo aver spulciato la rete per qualche settimana, oggi provo a rispondere a quella domanda:

Perché abbiamo bisogno delle Digital Humanities?

Proprio qualche giorno fa ho scritto di Information Overload, sovraccarico informativo. E’ così: siamo sommersi da Film, da opere d’arte, da musica, tutto ovunque, tutto, sempre, online. E con il dilagare dei social network, siamo tutti artisti, tutti fotografi, tutti scrittori, tutti critici. Tutti e nessuno.

Pensa, nel mondo produciamo circa 6000 libri ogni giorno. Ovvio che il lettore impazzisca. Alcuni sostengono si debba porre un limite a questa produzione, che bisogna vagliare, selezionare. Questo ovviamente pone un problema non di poco conto: chi è colui che seleziona? Le case editrici? Il Critico? Il Lettore? Tutte questioni importanti e interessanti. Lasciamole per un momento, io sono di un’altra opinione.

Un film, un romanzo, una canzone, un input umano è informazione, è un dato. E non c’è dato giusto o sbagliato, perché il dato è oro. Anzi, la proliferazione di dati, quando spinta all’infinito, fornisce l’immagine esatta di una certa realtà.

La proliferazione dei dati quindi non può essere il problema. Piuttosto abbiamo bisogno di metodi adeguati che ci permettano di districarci nell’infinità informativa che ci sommerge.

Questa è secondo me la ragione per cui le Digital Humanities sono fondamentali, perché, impiegando strumenti computazionali, si pongono come scopo quello di digitalizzare, catalogare, analizzare la quantità immensa di testi prodotti dal genere umano.

Lettura ravvicinata, lettura distante.

In un’intervista a Nature Podcast, Matthew L. Jockers, Assistant Professor of English at the University of Nebraska, racconta le Digital Humanities e l’importanza di questa disciplina emergente.

Finora, sostiene Matthew L. Jockers, lo scopo principale della critica letteraria è stato quello di studiare singoli testi, in quello che definisce come “close reading”, lettura ravvicinata.

Con la digitalizzazione di centinaia di migliaia di testi, alla “close reading” si affianca la possibilità di studiare la letteratura individuando andamenti, modelli, leggi nascoste e catalogando i testi in funzione del tempo, della lingua, dell’origine geografica. Questa è quella che Matthew L. Jockers definisce macroanalisi della letteratura o che il suo collega alla Stanford University, Franco Moretti, chiama “distant reading“, lettura distante. (se te lo stai chiedendo, ti rispondo sì, Franco è il fratello di Nanni)

Il metodo scientifico nella critica letteraria

Attraverso l’analisi computazionale di migliaia di testi digitalizzati, questo approccio permette la raccolta di evidenze che possono confermare ipotesi formulate attraverso la tradizionale lettura ravvicinata.

Matthew L. Jockers, in un studio ripreso dal Science Daily, fa un esempio che trovo molto interessante, il capolavoro di Melville, Moby Dick.

Che l’opera di Melville fosse fuori dagli schemi era già evidente con il tradizionale approccio del “close reading”. Lo studio computazionale di circa 3500 testi pubblicati tra il 1700 e il 1900 e la conseguente analisi comparativa ha rivelato che Moby Dick è “statisticamente fuori dagli schemi”, essendo il cluster Melville un outlier nella Literature Map ottenuta da Matthew L. Jockers.

Trovo notevole che la macroanalisi del testo possa introdurre un elemento scientifico nello studio della letteratura. Se le ipotesi proposte da un critico mediante la lettura “ravvicinata” di singole opere possono essere confermate o confutate attraverso una macroanalisi statistico-computazionale, allora la critica letteraria acquisisce un mezzo simile a quello utilizzato dalla scienza.

Il critico computazionale

Sarà che ho letto troppi romanzi di fantascienza, sarà che ogni giorno, per il mio lavoro di ricerca, uso i computer per simulare reazioni chimiche, riprodurre interazioni tra DNA e farmaci, predire la struttura e la dinamica di proteine. Sono un chimico che per rispondere alle domande relative a problemi di (bio)chimica utilizza matematica, algoritmi e strumenti computazionali.

L’uso di computer, di modelli matematici e statistici sta travalicando i confini della scienza, addentrandosi in territori finora stranieri, come, per esempio, la letteratura. E’ forse arrivato il momento che il critico letterario accenda il computer, studi la matematica oltre alla letteratura, familiarizzi con la statistica e affianchi all’analisi ravvicinata di singoli testi, la macroanalisi della lettura distante.

Perché, come scrive Franco Moretti, un campo immenso come la letteratura non può essere capito cucendo insieme pezzi scollegati di conoscenza; la letteratura non è una somma di singoli casi, piuttosto è un sistema collettivo, che andrebbe compreso nel suo insieme.

Cosa pensi dell’impiego di computer, statistica e modelli matematici nello studio della letteratura? Ne abbiamo davvero bisogno? Condividi la tua opinione nei commenti.

3 Comments

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  1. La questione é: un simile approccio non rischia di uccidere la letteratura? Ho un’opinione troppo alta della soggettività umana che mi impedisce di pensare che possa venire piegata da algoritmi e modelli. Poi non vorrei che l’analisi matematica della letteratura sia un revival del positivismo ottocentesco. D’altronde viviamo nell’epoca in cui anche il pane si può comprare tramite PC, perciò non ritengo del tutto fuori luogo un simile vagheggiamento. Adesso la buttero lì rischiando di sembrare estremo, ma il giorno in cui avremo un modello matematico per la letteratura (e ancor peggio per l’arte) l’uomo sarà definitivamente un automa.

    • Capisco il tuo punto, Luca. Certo, tutto questo può fare paura, ma, se ci pensi, è solo l’inizio. E’ solo l’inizio di Internet, del digitale dei social network. Immagini cosa possa succedere fra vent’anni?

      Anche io sono estremo, non è questione di essere d’accordo o meno. Sono estremo perché credo che prima o poi avremo un’intelligenza artificiale capace di riprodurre le dinamiche del pensiero umano e quindi la creatività dell’essere umano. Avremo intelligenze artificiali capaci di scrivere un romanzo o di comporre musica. E avremo anche il pubblico per queste opere, cioè le altre intelligenze artificiali…

      Ma forse mi spingo troppo oltre.

      Rimaniamo all’oggi, anche perché l’oggi assomiglia tantissimo al domani.

      Abbiamo una marea, milioni di, testi digitalizzati. Abbiamo stabilito che con modelli matematici si può analizzare con successo lo stile di un autore (vedi qui, per esempio) e avremo sempre più modelli matematici capaci di analizzare la letteratura. Siamo già su questa direzione.

      La soggettività… la soggettività esiste quando io scrivo un romanzo, o quando io chiedo a te se ti è piaciuto o meno. Ma se parliamo di critica letteraria, il grado di soggettività diminuisce drasticamente. E questo vale per l’arte in generale. Ci sono già trend, modelli, solo che sono basati sullo studio limitato di poche opere. L’estensione di questo a migliaia di testi non può che far bene alla critica letteraria.

      Il positivismo… beh, nemmeno la scienza è più deterministica, ormai, grazie o per colpa di Heisenberg, non ci capiamo più niente. 🙂

  2. antonio voto

    credo che il metodo che proponi può tranquillamente essere associato in parallelo col metodo “classico”.
    mi sembra di capire che il tuo metodo si basi molto sulle statistiche.grazie alle suddette statistiche e ad algoritmi vari col tuo metodo è possibile scorporare un testo e dissezionarlo dal punto di vista oggettivo -oggettività relativa e non assoluta-.
    col metodo che proponi mi sembra sia possibile analizzare le caratteristiche quantitative e non qualitative di un autore/testo.

    però forse la tua analisi tralascia un elemento.e cioè che la critica letteraria è anche essa letteratura.una buona critica corrisponde ad una buona e affascinante pagina di letteratura,e a questo punto le cose si complicano.il critico si specchia nell’opera criticata e l’opera criticata acquista nuovo vigore grazie a nuove interpretazioni.
    leggi per esempio le critiche letterarie di calvino.leggi Lezioni americane.in cui si parla di vari autori e capolavori della storia della letteratura. nessuna computazione automatica potrà raccontarci in maniera altrettanto affascinante la storia di una pagina letteratura.e il motivo è uno solo. il computer per ora può solo computare e classificare,ma non può RACCONTARE.ovvero il computer non ha ancora la capacità di astrarsi,di capire coscientemente cosa sta facendo e di dare un risultato che implichi un atto di -cosiddetta.creazione.

Phaedrus’ Journey

by Arturo Robertazzi

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