Sono a casa, Berlino è sommersa da centimetri di neve, come fossimo in un Groundhog Winter. Mentre sbobbino la mia intervista al cofondatore di DotDotDot, una app per social reading (l’intervista andrà online domani), leggo un post del buon eFFe (che ultimamente ha attraversato le pagine di Scrittore Computazionale) intitolato: “Ma dove sono finiti gli scrittori?“. In sostanza, il buon eFFe si chiede: nell’agitazione digitale che sta attraversando l’editoria, dove sono gli scrittori? Perché non partecipano più attivamente?

Ecco, questa è una domanda che mi pongo spesso anche io. Ma prima di provare a rispondere, mi permetto di convincerti che qualcosa io l’ho fatta e la sto facendo:
(a proposito l’immagine del post è un esperimento di scrittura, guarda in fondo alla pagina)

I miei due esperimenti

eZagreb: il romanzo digitale

Zagreb, il mio primo romanzo, è uscito nel 2011 al Salone del Libro di Torino, in cartaceo ed eBook. Un anno dopo, maggio 2012, esce una versione digitale arricchita che chiamiamo eZagreb, il romanzo digitale. A detta di molti è uno dei primi esperimenti di enriched ebook italiani. Quelli di Aìsara, la casa editrice che lo ha pubblicato, converranno con me che la versione arricchita di Zagreb è stata voluta fortemente dal sottoscritto. Devo dire, loro mi hanno supportato, nonostante sapessero che il mercato per un prodotto del genere e per una casa editrice piccola come Aìsara fosse limitato.

Perché allora ho voluto eZagreb?

Perché uno scrittore deve sperimentare e perché i tempi erano maturi perché si facesse un libro del genere. La blogosfera ha accolto bene l’esperimento, con, tra gli altri, articoli su Il Fatto Quotidiano, su Nazione Indiana (un articolo dal titolo: Quando parliamo di ebook non dimentichiamoci gli scrittori), una videointervista su Rai Letteratura (si parlava di “frontiere dell’eBook) e una breve intervista su Iris (minuto 5.07).

BIOTEXTs: esperimenti di bioinformatica e letteratura

Chi segue Scrittore Computazionale sa che nelle ultime settimane mi sono appassionato agli esperimenti di scrittura che Kenneth Goldsmith ha raccolto nel suo libro Uncreative Writing. Dopo aver visto un seminario proprio di Kenneth Goldsmith qui a Berlino, ho cominciato a sperimentare con due discipline apparentemente lontanissime: letteratura e bioinformatica. Partendo dall’idea che Context is the new Content, ho “riscritto”, nello spirito dell’Uncreative Writing, le opere di Dante, di Pavese e di Dickinson in forma di codice genetico.

Gli esperimenti sono stati accolti con entusiasmo, non tanto dalle nostre parti (con rare eccezioni), ma, potere del blogging, negli USA e in Canada, da Kenneth Goldsmith in persona e Christian Bök, che mi ha proposto un’uscita in un capitolo sulla “Visual Poetry” in Canada. Come al solito, finché non lo vedo non ci credo

Che fine hanno fatto gli scrittori?

Ecco, ora mi sento più tranquillo a rispondere. Ovviamente non ho in mano la verità, ma, in questi anni, mi sono fatto qualche idea sul perché la maggior parte degli scrittori italiani, su questo siamo d’accordo, è fuori dall’evoluzione digitale.

La scrittura è 50 anni indietro

Innanzitutto, credo sia un problema della letteratura. Se lo dicessi solo io, mi diresti, vabbè, chi sei per dire una cosa del genere. Nel 1959, Brion Gysin, sound poet, pittore e artista afferma che la scrittura è 50 anni indietro rispetto alle arti visive. È un’affermazione a cui penso molto negli ultimi giorni, perché gli esperimenti di Uncreative Writing, basati sul plagio, il copy&paste e la riproposizione ricordano alcuni esempi della pop-art degli anni sessanta. 50 anni precisi precisi.

Gli scrittori sono attempati

Anche quelli giovani. Non è questione di età. L’impressione che ho è che lo scrittore sia schizzinoso rispetto alle “nuove tecnologie”, diffidente verso i blog e i social media. Perché lo scrittore è uno che soffre e deve isolarsi dal mondo, nella sua torre d’avorio di creatività.

Ricordo la ricerca curata da Noemi Cuffia, Tazzina-di-Caffè, per il nostro la Lettura Digitale e il Web. Ebbene, Noemi intervistò (per quel libro, uscito nel 2011) una serie di scrittori a proposito dell’uso degli eReader e della lettura digitale. Il risultato, inutile a dirlo, fu un disastro: scarso interesse all’argomento.

Lo stesso eFFe, nell’articolo che ha ispirato questo post, racconta dell’intervento di Alessandro Piperno a If Book Then 2011:

Lo scrittore bellamente si limitò a dire che le tecnologie e i cambiamenti che queste arrecano alla scrittura e alla lettura non gli interessavano. Empaticamente, è una posizione comprensibile: mica uno scrittore (soprattutto un letterato come Piperno) deve per forza interessarsi di html, drm, formati, conversioni e così via…

Il sistema non aiuta

Sono sicuro che di scrittori che osano ce ne sono a decine in Italia. Ma, forse, il problema è che non sono visibili ai più. Questo dipende da due fattori principali, secondo me: 1. Le case editrici più importanti (salvo qualche raro caso) non hanno nessuno interesse a spingere per la sperimentazione, inevitabilmente, gli scrittori che osano di più o sono ignorati o finiscono in case editrici piccole (si veda l’ottimo lavoro, per esempio, di Quinta Di Copertina); 2. Il sistema dei media italiani ha difficoltà a scovare la novità e spesso si limita a riscaldare la solita zuppa.

I lettori sono davvero pronti?

E forse, dico forse, i lettori non sono pronti per un libro come eZagreb, che non solo è un eBook, ma funziona al suo meglio su un Tablet connesso alla rete e contiene video e documenti online. Insomma: un paradiso per le dita felici di cui parlava Javier Celaya a If Book Then 2013. E forse, dico forse, la fetta di lettori che leggono in digitale è ancora troppo limitata. Questo poi rientra in un problema più grande: in Italia non si legge, soffrono le case editrici più grandi, e quelle più piccole lottano ogni giorno per non chiudere.

In due parole

La questione è ovviamente complessa e, come al solito, ho più domande che risposte. Eppure mi pare ovvio che dinanzi all’evoluzione dettata dal digitale, gli addetti ai lavori sembrano correre ai ripari. Tutti, tranne che gli scrittori.

Allora, cari scrittori: diamoci da fare, sperimentiamo, osiamo. Perché ogni scrittore che si rispetti ha il dovere di vivere i suoi tempi e di esplorarli, per indicare la strada ai suoi lettori, che siano venticinque o un milione.

UPDATE: su Tumblr abbiamo aperto una pagina “BIOTEXT”, in cui, nell’ambito dell’UncreativeWriting, riscriviamo i romanzi più importanti di sempre in forma di strutture RNA, dai uno sguardo qui


Il testo è ovunque: uno dei giochetti di Kenneth Goldsmith è quello di modificare l’immagine del ritratto di Shakespeare, qui tutta la spiegazione. Ecco, io ho applicato la stessa logica alla copertina del libro di eFFe in uscita ad aprile: ho risalvato l’immagine come txt, ho copiato e incollato dentro al file il testo del post di eFFe, ho risalvato in jpg et voilà: magia! Spero non me ne voglia.


15 Comments

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  1. Interessante il tuo , e non solo, punto di vista. Via Twitter purtroppo non ho la possibilità di articolare come si deve il mio ragionamento e spero di farlo, comunque brevemente, in questa sede. Partiamo dal presupposto che non sono contrario agli eBook , anzi, hanno moltissimi aspetti positivi e credo che il mio libro lo pubblicherò direttamente in formato digitale, senza passare per il cartaceo. I vantaggi sono netti ed evidenti da ambo le parti : gli editori evitano di stampare abbattendo i costi di produzione, ed i lettori possono risparmiare qualche euro e portare con se, ovunque, la propria biblioteca in appena 6″ . Ma ciò su cui tutti ragionano ma pochi colgono come punto fondamentale è che la gente non vuole pagare qualcosa per non avere nulla in mano. Pagare un eBook 10 euro e trovare il cartaceo a 12 mi sembra ovvio, togliendo il fattore comodità, che io acquisti il cartaceo. E questo non è perché ” siamo italiani e antichi ” come spesso si sente. Io credo che siamo italiani e furbi. Se mi metti il cartaceo 15 e l’ebook 5 allora il discorso è ASSOLUTAMENTE diverso. Inoltre non consideriamo la possibilità che gli ebook possano sparire per errori informatici, per attacchi di hacker, per fallimento di una ditta o quello che si vuole. Poi ci sono spesso i DRM che non mi permettono di leggere il file ovunque. Il libro tu lo acquisti, resta tuo per sempre salvo incendi e lì resta senza troppi problemi, senza Calibre di mezzo. Inoltre bisogna acquistare un Ebook reader spesa che può spaventare affrontandola tutta insieme mentre il libro a 10 euro lo paghi e nemmeno te ne sei accorto. Poi non teniamo conto che acquistare un Ebook significa avere una certa padronanza con il sistema informatico, avere una carta di credito, caricata tra le altre cose, bisogna iscriversi ecc… . Il libro entri in una bella libreria , lo scegli e te ne vai. Con questo non voglio distruggere gli Ebook perché ripeto sono vantaggiosissimi e , chiaramente, non solo per quei pochi punti sopra elencati. Ma un conto è leggersi un libro ” usa e getta ” a poco prezzo, un conto è iniziare una lettura impegnativa , di un libro con un certo calibro.

  2. @lesmotslibres

    Condivido in pieno ciò che dici, ma ho questa sensazione sugli scrittori che non si sporcano le mani con le sperimentazioni dell’editoria digitale: a mio avviso non hanno la consapevolezza di chi sono e che cosa fanno. O meglio, sanno di essere scrittori perché sono riusciti a pubblicare con un grande editore. No, non sto dicendo una cosa scontata. Spesso siamo di fronte a persone che hanno la grande dote di saper scrivere ma non sono in grado di parlare di contenuti digitali e forme di scrittura diverse da quelle tradizionali. Non è un’assurdità: in questi anni, quante volte ci siamo scontrati con editori che volevano rimanere ancorati alla carta e non esplorare altre strade? Lo stesso vale anche per gli scrittori. Chiusi nelle torri d’avorio partecipano al dibattito soltanto se il loro titolo viene presentato. Ora, tutto questo mio parlare è ben noto a chi nel settore ci lavora tutti i giorni: si progettano contenuti innovativi anche e soprattutto per il digitale, si presentano all’editore (ossia colui che partecipa a tutti i convegni di editoria digitale della penisola!) ma la risposta è sempre la stessa: non siamo pronti, non è il momento giusto. In questi casi da lettrice penso: “bene, semplicemente sto leggendo (ancora) una generazione di scrittori molto condizionata dalla figura dell’editore che non riesce ad avere la consapevolezza di ciò che accadendo ai loro libri e ai loro contenuti e che preferisce scrivere l’articolo sull’inserto domenicale piuttosto che mettersi in discussione”… ora però potremmo fare così: perché non raccogliamo tutte le proposte innovative fatte da scrittori negli ultimi due anni e diamo voce a queste esperienze? Librinnovando potrebbe forse essere l’occasione (ma questa è un’altra storia).

  3. Come al solito poni quesiti interessanti. L’idea che mi sono fatto io è che in Italia il dibattito sul digitale sia ancora poco maturo e fin troppo avvitato in una visione ideologica che ci vuole tutti o apocalittici o integrati.
    Aggiungici pure che abbiamo un partito controverso con un peso importante in parlamento che propugna una versione fortemente integra(lis)ta del digitale ed ecco servita la scusa per non entrare mai nel merito.

    Leggevo oggi un post in cui si diceva che “siamo nel cambiamento, ma ci siamo sempre stati”. Significa che volenti o nolenti il cambiamento ci riguarda tutti.
    Sta a noi decidere se lasciarlo scegliere per noi oppure padroneggiarlo.
    In troppi seguono la prima strada e pensano che il confronto con quanto succede non li riguardi, che il lavoro di scrittore consista solo nel produrre un contenuto e non riflettere sulle forme e le modalità con cui lo si produce.
    A me sembra un misto di pigrizia, snobismo e semplice ignoranza. Un habitus mentale di cui ci si può liberare con profitto, non credo ci siano ragioni strutturali troppo stringenti, anche perché se davvero si vuole sperimentare, lo dimostra il tuo caso, si possono trovare le strade per farlo.

    • El_Pinta:
      Leggevo oggi un post in cui si diceva che “siamo nel cambiamento, ma ci siamo sempre stati”. Significa che volenti o nolenti il cambiamento ci riguarda tutti.
      Sta a noi decidere se lasciarlo scegliere per noi oppure padroneggiarlo.

      Proprio così, il cambiamento è davanti ai nostri occhi. Come scrivevo in un commento più giù: “Se gli scrittori di oggi non capiscono questa realtà, allora ne sono fuori e non potranno raccontarcela. Facciamocene una ragione: lo scrittore sarà un po’ quello che è stato finora, un po’ qualcos’altro, che sa molto di science-fiction.”

      Poi se sono pigri e snob, beh, hanno sbagliato mestiere.

  4. christian

    vedi che differenza di impressioni che si hanno leggendo 2 pezzi che parlerebbero dello stesso argomento? cioè qui mi pare di aver capito qualcosa della faccenda di la mi sembravano le paranoie di una pazza (e non so se mi sbaglio) in genere leggendo si capisce di più che scrivendo
    comunque non tutti gli scrittori sono uguali e si vede anche dai commenti agli articoli
    yo!!!

  5. Concordo con El_pinta! Il cambiamento riguarda tutti anche chi decide di lasciarsi correre le cose addosso: ha appunto deciso di non scegliere nulla. Ripeto il mio commento non é anti ebook anzi. Ma é una valutazione della situazione attuale concrera su di essi, sui suoi limiti e sulle strade che dovrebbe intraprendere. La libertá prima di tutto e quindi niente DRM , ma non solo. I libri stanno indietro rispetto ai videogiochi di almeno 5 anni. Il mondo che offre libertá é sempre il migliore.. guarda Android

  6. Una piccola integrazione, che ho lasciato anche nel post di Effe: sono usciti oggi gli articoli sulla “promozione della lettura in Italia”.

    In quanto statistiche vanno prese con le pinze, ma dobbiamo partire da un punto ancora più indietro: un italiano su due non legge neanche un libro all’anno. Nè di carta né digitale, Ça va sans dire 😉

    http://goo.gl/2otQw

  7. Ciao Arturo, sono un lettore sia di libri cartacei che in formato digitale, frequento il web e sono su alcuni social network, e leggendo il tuo post e quello di effe mi sono sorte alcune perplessità:
    1. quando dici che la scrittura è 50 anni indietro rispetto alle arti visive io non capisco cosa tu voglia significare. Non penso che le arti seguano tutte la stessa “evoluzione” (non penso che esista un’evoluzione unica e indivisibile per tutte nè all’interno di esse). La scrittura ha le sue peculiari forme di sperimentazione che, scusami per la mia poca dimestichezza teorica, io vedo all’interno del testo (della parola scritta e della relazione con le altre parole e con chi le legge) e non all’esterno. Sono interessantissime le ibridazioni (testo e immagine, testo e suoni, testo e video) però fanno parte di altre arti (fumetto, visual art, ecc) non della scrittura vera e propria. Quindi non capisco perché vedere nell’ibridazione l’unico e possibile avvenire della scrittura, quando la scrittura (e quella che, con una parola che incute timore, si definisce Letteratura) si muove entro altri campi. Non sono per la spartizione tra le arti con recinti di filo spinato ma davvero quando si parla di scrittura io penso sempre alla forma variegata e polimorfa ed in continua (questa sì) evoluzione del romanzo.
    2. Quando dici “Anche quelli giovani. Non è questione di età. L’impressione che ho è che lo scrittore sia schizzinoso rispetto alle “nuove tecnologie”, diffidente verso i blog e i social media. Perché lo scrittore è uno che soffre e deve isolarsi dal mondo, nella sua torre d’avorio di creatività” non mi ritrovo per niente. Non voglio offenderti ma mi sembra che tu abbia usato una serie di luoghi comuni sugli scrittori consolidatasi nel tempo. “Schizzinoso”, “uno che soffre”, e poi, ancora con questa “torre d’avorio”? Non lo so ma non mi convince questa tua impressione e penso che non serva a nulla continuare a pensare al povero Franzen depresso che inveisce contro twitter e La Rete, prendendolo come scrittore “isolato e schizzinoso” modello. Gli scrittori sono diversissimi tra loro ed anche il loro approccio alla realtà – ed è questo quello che a me interessa – è diverso, quindi non vedo perché riunirli sotto un’unica dicitura di depresso, isolato, “schizzinoso” (parola davvero orribile).
    3. Riguardo al tema “I lettori sono davvero pronti?”, anche qui, io lettore a cosa dovrei essere pronto? Un ebook come quello prodotto da te è sicuramente un tentativo interessante di arricchire il testo, ma l’esperienza di arricchimento che ho io come lettore risiede all’interno del testo (scusa se mi ripeto), nel senso che è il testo stesso -con le sue ambiguità, i suoi spazi bianchi che io colmo con la mia soggettività, in definitiva la mia relazione con il testo come alterità – ad essere il centro del mio interesse di lettore, quindi quello che tu intendi come arricchimento sarebbe diverso da quello che io sto cercando nel momento in cui mi accingo a leggere. Detto in parole povere: la potenza, la bellezza, l’essere opera d’arte di un racconto di Carver è rappresentata dal testo stesso, e quindi dubito che un video, un documento online, una frase registrata, possa arricchire in qualsiasi modo l’esperienza assoluta di leggere Carver.

    Scusami se sono stato (inutilmente) prolisso, ma davvero ci tengo ad approfondire quale visione tu abbia della letteratura e dello scrivere, perché per fare due nomi, che oggi sono come dei numi tutelari della mia generazione, David Foster Wallace e Roberto Bolaño hanno sfondato porte e sperimentato e allargato il campo del dicibile, ma l’hanno fatto confrontandosi con il testo, non arricchendo la loro storia di video o elementi provenienti da altre arti o link alla voce wikipedia del villaggio in cui si snoda una parte della loro storia, e non per questo tu puoi tacciarli di essere “schizzinosi” nei confronti della Rivoluzione Digitale, o che la loro scrittura abbia sperimentato con 50 anni di ritardo cose che la Pop art aveva già fatto sue.

    • Innanzitutto, grazie per il commento. Provo a risponderti punto per punto.

      1. “La scrittura è 50 anni indietro rispetto alle arti visive” – non lo dico io, ma è un’affermazione/provocazione ripresa da altri e originariamente proposta da un poeta/artista britannico, Gysin. Il punto è che, mentre altre arti hanno adottato da anni “tecniche di appropriazione”, vedi questo articolo, la letteratura è rimasta ferma alle vecchie forme di espressione. Ancora più importante, mentre nelle arti visive rami di avanguardia sono diventati mainstream (vedi pop-art), nella letteratura la sperimentazione è relegata a un ruolo di secondo piano. Di nuovo, non lo dico (solo) io, vedi qui per esempio.
      L’ibridazione non è l’unica forma di sperimentazione, naturalmente. La sperimentazione non ha limiti, altrimenti non si chiamerebbe così. Per questo nell’articolo facevo riferimento a due esempi, eZagreb e BIOTEXT, due forme di sperimentazione completamente diverse. Una è un tentativo di “evoluzione del romanzo” e la seconda una sperimentazione “più selvaggia”.

      2. Ovviamente volevo sottolineare i luoghi comuni, perché sono in quelli che alcuni scrittori si rifugiano. Non tutti per fortuna, perché come dici tu, gli scrittori sono diversissimi. Ripeto: per fortuna.

      3. “è il testo stesso ad essere il centro del mio interesse di lettore” – Ecco, senza offesa, ma forse tu non sei pronto. Voglio dire, noi facciamo parte di una generazione che, nel migliore dei casi, prova ad adottare e a usare le “nuove tecnologie”, immergendosi nella rete, nei social network… Ma un ragazzino che sia nato con un iPad in mano non saprà che farsene di un oggetto cartaceo senza touch screen. Non sto dicendo che i libri scompariranno, ma che il modo di leggere è per sempre cambiato e cambierà ancora e di conseguenza cambierà il modo di scrivere.
      La letteratura, ne sono convinto, è ovunque, esce dai libri ed entra in altri “oggetti”. Lo scrittore, perché no, dovrebbe sperimentare lavorando insieme a programmatori, graphic designers e visual artists… Non ci sono limiti.

      Infine, hai ragione a proposito di Wallace e Bolaño, ma i nostri tempi sono diversi. I nostri sono tempi fatti di connessione totale sempre e ovunque, di computer, di algoritmi, di programmazione, di testi digitali di ogni forma e qualità, di informazione immensa e sovraprodotta. Se gli scrittori di oggi non capiscono questa realtà, allora ne sono fuori e non potranno raccontarcela. Facciamocene una ragione: lo scrittore sarà un po’ quello che è stato finora, un po’ qualcos’altro, che sa molto di science-fiction.

      Argomento complesso, felice di averne discusso un po’ di più qui con te.

      Che ne pensi?

      • Grazie per le risposte Arturo, devo ammettere che dalla lettura del tuo commento mi sorgono ulteriori perplessità:
        1.Cosa intendi per “vecchie forme di espressione”? Potrei avere qualche esempio?
        2. La sperimentazione ha senso solo se diventa mainstream? L’essere/diventare mainstream è una buona/utile categoria valutativa secondo te?
        3.Perché eZagreb è una “evoluzione del romanzo” secondo te?
        4. Il fatto di leggere libri cartacei non può essere visto in maniera passatista. Non è solo la lettura di libri cartacei ad essere in gioco, è quello che l’atto di leggere ti richiede a contare come esperienza: solitudine e concentrazione. Il fatto che i ragazzini, come dici tu, non sappiano cosa farsene di un oggetto che non sia touch non è uno step di una supposta evoluzione, intendo dire che non è qualcosa di neutro e non è qualcosa da assecondare, anzi.
        5. Riguardo a Wallace e Bolano, quando dici che “i nostri tempi sono diversi” mi permetto di ricordarti che uno è morto nel 2003 e l’altro si è suicidato nel 2008, e sono considerati scrittori che parlano della *nostra* contemporaneità attraverso le loro semplici parole messe assieme. E, per dire, anche gente dell’Ottocento o tipi come Omero continuano a parlare della nostra contemporaneità, la stessa che citi tu, fatta di algoritmi, informazione immensa e via dicendo. Però non dimentichiamoci che la realtà è anche tutto il resto, non è solo circuiti, cloud e angry birds.

        In definitiva continuo a pensare che il contenuto vincerà sempre. Chi ha da dire realmente qualcosa nel suo modo particolare sarà ascoltato prima o poi, gli altri li vedo cazzeggiare con finte innovazioni e finti messia. Grazie ancora per il tempo che mi hai dedicato e che, se vorrai, continuerai a dedicarmi.

  8. christian

    cari rega ho letto le perplessità e le risposte e mi sento di dire che non è tanto che la letteratura sia indietro rispetto alle arti visive è che dall’ultimo secolo più o meno in corrispondenza col nostro futurismo o espressionismo i grandi geni della comunicazione han trovato (preferendoli) altri modi per comunicare…una volta se volevi cominicare qualcosa o facevi un disegno o scrivevi una poesia o una lettera adesso c’è il video l’audio e la fotografia che ha raccolto tutti i grandi comunicatori e i grandi autopromotori pperchè è evidente la carica di un video maker rispetto a quella di un poeta o scrittore e per carica intendo anche per rompere i coglioni a tutti per farsi vedere uno scrittore dovrebbe essere più schivo alla comunicazione per cui sceglie di restare nell’ambito della letteratura…secondo me…è poi per quello che in qualche modo disprezzo la volontà di certi “consorzi di scrittori” di privilegiare l’apparenza (con attente ricerche di mercato per scoprire cosa conviene di piùà scrivere né più e né meno come un’azienda che vende i prodotti al super e fa la pub in tv) al prodotto letterario in se…e per prodotto letterario in se intendo dire tutto parttendo dal tema trattato al linguaggio usato la ppunteggiatura ecc. cioè se uno scrive per vendere è una merda (è quello che voglio dire io) tipo saviano baricco volo faletti e altri molto meno famosi ma merde uguale percjè spaccano la minchia per farsi notare…il genio letterario non vuole farsi notare perchè è talmente distante dai gusti della gente del suo tempo che non ci si mette nemmeno e quando la gente sentirà il bisogno di conoscere la sua opera lo andrà a cercare e non è detto che quando se ne accorga sto povero genio sia ancora vivo ma la letteratura è così: in genere chi vende al suo tempo è una merda e nei tempi a venire non verrà più considerato
    poi è logico che non tutti gli scrittori sono uguali…difatti io, sono un poeta!
    yo!!!

Phaedrus’ Journey

by Arturo Robertazzi

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