“Credevo mi avrebbero ucciso, la Siria è in mano al demonio”, scrive Quirico dopo 152 giorni di prigionia in mano ai ribelli siriani.

Anche in Egitto per i giornalisti stranieri la situazione è molto difficile. Da quando Morsi è stato deposto dai militari, il prezzo pagato è altissimo. 5 giornalisti uccisi, 80 arrestati, 40 hanno subito violenze o dai sostenitori di Morsi o dai militari. Questo è il bollettino aggiornato agli inizi di settembre.

“È un sollievo rendersi conto di non essere sul punto di bruciare vivi in una prigione mobile egiziana. Tuttavia, essere testimoni di un tentativo di stupro, ti sbatte immediatamente davanti alla realtà, che, per me, era essere detenuto al Cairo durante i combattimenti più sanguinosi della storia egiziana più recente”, scrive in un articolo molto forte, un giornalista tedesco.

Poca sicurezza e guadagno precario. È di qualche settimana fa la polemica scatenata da un amaro articolo di Francesca Borri,  che denuncia le difficoltà dei giornalisti italiani in Siria.

Oggi su Scrittore Computazionale ho l’onore di pubblicare un guest-post davvero speciale. È di Andrea Backhaus giornalista freelance in Egitto che scrive (anche) per Die Zeit Online.

Il pezzo che segue è una traduzione dal tedesco, spero di aver reso giustizia all’articolo originale

La vita di una giornalista al Cairo? Andrea Backhaus scrive:


Il Cairo è la città delle milleuno verità. Quando si può dire che qualcosa è vero? Bisogna che ne sia data prova e che la prova sia accettata dalla collettività, scriveva il filoso Tommaso d’Aquino già nel tredicesimo secolo, seguito poi dai suoi colleghi Kant e Hegel. Al momento in Egitto la verità viene definita così: un gruppo, ergendosi a rappresentante della collettività, dichiara la sua visione come fosse un fatto accertato. La legittimazione della verità dipende dalla sola veemenza della dichiarazione.

Dogma contro dogma: questo è il nodo cruciale della crisi in Egitto.

Quanto pericoloso sia ergere le proprie posizioni a verità assoluta lo dimostrano in maniera esemplare gli sviluppi recenti nella terra del Nilo: da quando, alcuni mesi fa, il leader delle forze armate al-Sisi ha sollevato dal potere Mohammed Morsi, oppositori e seguaci dell’ex Presidente si confrontano implacabilmente. Il conflitto ha già causato diversi morti e una fine delle violenze non è in vista. Ormai la spaccatura si è estesa a tutti gli ambiti della società e i giornalisti come me sono continuamente messi davanti a una prova lacerante: la vita al Cairo è un precario gioco di equilibrio tra verità inconciliabili.

Di giorno sento frasi come “Noi domineremo il mondo“, pronunciate dai Fratelli Musulmani; a sera conoscenti mi dicono “Noi elimineremo gli islamisti”. I rifugiati siriani sono colpevoli della violenza nella strade, mormorano alcuni; gli Occidentali vogliono distruggere l’Egitto, borbottano altri. Ormai comincio ad abituarmi alla frase: “Ti dico che è così”.

Vivere al Cairo significa sedere in un caleidoscopio, ammirarne il gioco di specchi, finché, nelle nuove figure prodotte, non si riconosce se stessi. Noi giornalisti stranieri, cioè, non siamo più dei semplici osservatori, ma facciamo ormai parte del dibattito politico. La richiesta del ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle ai militari di rilasciare Morsi, per esempio, mi procura nuovi simpatizzanti tra gli ultraconservatori, ma al tempo stesso mi rende arcinemica dei più liberali.

Le parole Libertà e Democrazia sono diventate terreno di scontro.

Mentre i Fratelli Musulmani legittimano la loro rappresaglia, ribadendo che Mursi è stato liberamente eletto, l’opposizione giustifica il monopolio su questi ideali affermando che chi non riconosce incondizionatamente la loro vittoria mette in pericolo la sicurezza nazionale. Nel frattempo, i manifestanti in piazza Tarhir gridano “CNN vattene”, o “BBC fuori” , perché i canali televisivi parlano di un colpo di stato, e i militari, attraverso dichiarazioni ufficiali fatte girare dai giornalisti locali, sostengono di aver salvato il popolo dalla tirannia degli islamisti. I reporter stranieri sono spesso bollati come spie, scacciati, e, in alcuni casi, addirittura arrestati dai militari. Le conseguenze per le ambizioni democratiche di questo Paese spesso non vengono prese in considerazione.

Un intervistato dell’area liberale una volta mi ha detto che se non mi sentissi più al sicuro come corrispondente in Egitto, potrei sempre tornarmene a casa. Riferendomi lo slogan che è esposto nel centro del Cairo, ha aggiunto: “Una pallottola può uccidere un uomo, una macchina fotografica può uccidere un’intera nazione“.

E poi si è messo a ridere sottovoce.


AndreaGutDal suo profilo su Die Zeit online: Andrea Backhaus è nata a Rostock nel 1981. Ha studiato Media e Scienze Culturali in Siegen e in USA, ha ottenuto il suo dottorato alla Humboldt Universität. Giornalista freelance, da giugno 2013 vive al Cairo.


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Phaedrus’ Journey

by Arturo Robertazzi

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