Era agosto quando ho incontrato Marco Magnone, in giro qui a Berlino a scrivere un reportage. L’idea di Marco era intervistare diversi italiani che vivono da queste parti per esplorare il variegato panorama degli “italoberlinesi” degli anni ’10. Tra gli italiani illustri intervistati da Marco: Vincenzo Marzotti e Paolo di Diego di Oblomov Kreuzkölln; Valerio Bassan, direttore de Il Mitte; Massimo Palma, autore di Berlino Zoo Station. A Novembre il reportage è stato pubblicato da Zandegù con il titolo Bim Bum Berlin. Per l’occasione, ho intervistato Marco Magnone qui su Scrittore Computazionale.

Marco Magnone collabora con la rivista Turin, la band Circolo Lehmann, lo IED di Torino e la Scuola Holden. Ha pubblicato diverse opere, tra cui  la graphic novel AAA – Il diario fantastico di Alessandro Antonelli, Architetto (Espress Edizioni 2012); il volume illustrato Off – In viaggio nelle città fantasma del Nordovest (Espress Edizioni 2012); la guida L’altra Torino. 24 centri fuori dal centro (Espress Edizioni 2011); il diario di viaggio Avrupalilar (Pangramma Libri 2010). 

Marco Magnone risponde

1. Quando qualche anno fa decidevo se trasferirmi a Berlino o meno, comprai una guida, “Le dieci cose da fare a Berlino”. Nella prefazione si diceva che se Hemingway fosse vissuto ai giorni nostri, avrebbe scelto Berlino e non Parigi. Chiusi la guida e cominciai a sognare della mia nuova vita berlinese. E tu, Marco, perché hai scelto Berlino?
Non conosco direttamente quella guida, ma di certo non sbagliava. Almeno a giudicare da quanto Berlino piaccia agli stessi parigini di oggi. Forse perché qui ritrovano una certa dolcezza un po’ surreale simile a quella che tra Otto- e Novecento ha fatto della Ville Lumière “la” metropoli. Capace di attirare da tutto il mondo artisti e artistoidi alla ricerca della famosa Bohème, tra cui lo stesso Hemingway. Trovo che però col tempo Parigi sia diventata un po’ di maniera, una sorta di museo di se stessa. E il suo posto l’abbia preso proprio Berlino, la cui bellezza è ancora molto spontanea e forse rafforzata dalla compresenza di tratti ruvidi, quasi grunge, che sono la cifra del nostro tempo. Io sono capitato a Berlino per caso nel 2003, facendo tappa una notte di ritorno da una vacanza al Nord. Quell’incrocio fortuito è bastato a farmi restare a bocca aperta, davanti a quello che mi sembrava un cantiere senza fine e senza regole, in cui tutto era provvisorio e allo stesso tempo possibile. Nel 2005, quando ci sono tornato per studiare e poi lavorare, sono stato colpito come tanti dalla leggerezza di una città il cui presente significa libertà, relax, divertimento, impastata però con la pesantezza di un passato in agguato a ogni angolo.

2. A Berlino vivono quasi 20.000 italiani. Tra il 2011 e il 2012, l’incremento del numero di italiani a Berlino è stato inferiore solo a quello di bulgari e rumeni. Eppure, i dati dicono che solo il 12% degli italiani residenti a Berlino ha un lavoro regolare. Inoltre Berlino è tra le città più povere della Germania. Perché gli italiani continuano nonostante tutto a scegliere Berlino?
Per Bim Bum Berlin ho fatto la stessa domanda a molte delle persone che ho incontrato. Di certo, se cerchi un lavoro tradizionale, Berlino non è il posto che fa per te. E, in parte, tutta questa “mitologia berlinese” forse sta creando aspettative superiori alla realtà. Io stesso ci ho vissuto soltanto finché avevo la borsa. Finito il contratto, sono tornato in Italia ben sapendo che quando non sai come arrivare a fine mese la magia fa in fretta a sparire, ma le bollette da pagare, la spesa da fare eccetera, quelle restano. Molti tuttavia mi hanno risposto che la possibilità di mettersi in gioco, di avere quella famosa occasione – esattamente ciò che manca in Italia da un po’ di tempo – è più forte di tutti gli indici economici negativi possibili. E se cerchi un posto per fare qualcosa fuori dalle regole, Berlino è la scelta giusta, anche perché è una continua fonte di ispirazione: basta uscire in strada e guardarsi attorno. A questo aggiungi il fascino dell’Altro Mondo, il Muro, la controcultura, la scena musicale e il gioco è fatto.

3. Hai intervistato diversi italiani a Berlino che sembrano “avercela fatta”: giornalisti, artisti, architetti, blogger. Sono questi italiani rappresentativi della comunità “italo-berlinese”? Che impressione ti sei fatto, più in generale, degli italiani che vivono a Berlino?
Al momento non credo si possa parlare di “una” comunità italo-berlinese: ci sono situazioni troppo diverse tra loro per capacità economiche, livello di studi, grado di integrazione, prospettive occupazionali, quartieri di residenza. Penso alle famiglie di ex Gastarbeiter che vivono qua magari da quarant’anni, a cui nel tempo si sono via via aggiunti studenti, giovani imprenditori (i cosiddetti “startupper”), artistoidi vari, ma anche ricercatori universitari, liberi professionisti, artigiani. Io ho incontrato alcuni protagonisti delle categorie più rappresentate nell’ultimo esodo, perché era uno degli obiettivi di Bim Bum Berlin. Ma se allarghiamo il campo, i giovani che si occupano di creatività o nuove tecnologie sono solo la punta di un iceberg ben più complesso. E per quanto li riguarda, lingua a parte, credo abbiano molto più in comune con i numerosi loro omologhi che arrivano in città da altri paesi, europei e non, che con connazionali con cui magari condividono solo il passaporto. Cosa dire di loro? Innanzitutto, quasi tutti partono con grandi sogni, ma poi si trovano costretti, loro malgrado, a mettere da parte le ambizioni artistiche per mantenersi attraverso quello che capita: molti finiscono per diventare pony express, camerieri, lavapiatti senza nemmeno accorgersene. Inoltre, spesso vengono criticati perché “se la tirano”, o perché si danno arie da “berlinesi doc”, anche se magari vivono in città solo da alcuni mesi: molte volte è solo una maschera che ci si mette per darsi un tono, è vero. Ma credo che in diversi casi sia una reazione naturale di chi lascia l’Italia e la sua cappa di perbenismo e omologazione, in cui appena esci un po’ dal mainstream, tutti sono pronti a sparare a zero.

4. Una volta, in un bar di Neukölln, tra una birra e uno jägermeister, un Americano con cui stavo chiacchierando mi disse: “Ci pensi? Un giorno potrai raccontare che hai vissuto la Berlino degli anni ‘10”. Cosa ha di tanto speciale la Berlino di oggi? 
Di questo ne ho parlato in Bim Bum Berlin con il filosofo Massimo Palma (autore di Berlino Zoo Station, Cooper), che mi faceva notare come l’eccezionalità a Berlino sia stata di casa diverse volte nel corso del Novecento: il nazismo, il socialismo, le avanguardie artistiche, la guerra, la divisione, il Muro, la sua caduta, la riunificazione. Ora questa eccezionalità è finita. Ne resta però l’eco, che caratterizza la sua specificità e che deve essere gestita con molta attenzione, perché è il quid del suo fascino unico. Altrimenti il rischio di “normalizzazione”, uniformandosi al modello delle altre grandi capitali europee, è dietro l’angolo, e purtroppo non mancano segnali in questo senso già oggi. Penso alla gentrification, al caro-casa, al destino del Palast der Republik e del Tacheles e alla riduzione di molti spazi “alternativi”. Sono fenomeni che riguardano soprattutto quartieri molto celebrati come Kreuzberg, Prenzlauerberg, Mitte o Friedrichshain, in cui quella carica di spontaneità è venuta un po’ meno. Ma forse non è nemmeno possibile che sia altrimenti, e per coglierla ancora basterebbe spostarsi verso Neukölln, Lichtenberg, Wedding, Moabit…

5. Qualche anno fa hai vissuto a Berlino, ci sei ritornato diverse volte, e infine quest’estate hai raccolto le informazioni per la stesura del tuo reportage. Berlino è ancora Berlino?
Una cosa che va molto di moda in città è lamentarsi di come stia cambiando. E i più critici sono quelli che, arrivando da fuori, vi si sono trasferiti in tempi più o meno recenti. Tutti con la pretesa che la Berlino che li ha accolti sia l’unica autentica, la migliore e debba perciò rimanere inalterata a oltranza, altrimenti peggiorerebbe di certo. Il loro è un vero e proprio imprinting. Io credo invece che Berlino sia sempre Berlino proprio perché, cambiando di continuo e molto velocemente, non è mai la stessa, non è mai una volta per tutte. Tu la insegui e quando pensi di averla presa, o compresa, lei è già altrove. Trovo questa sua cifra qualcosa di fantastico. Un po’ come Dylan, che tra periodi elettrici e acustici, impegno sociale e fuga nel privato, è sempre lui proprio perché non è mai lui. Anche a costo di scontentare qualcuno.

6. Bim Bum Berlin, edito da Zandegù, è un eBook interattivo. Ci spieghi più in dettaglio come è strutturato l’eBook? Più in generale, credi che l’interattività possa diventare una caratteristica fondamentale dei “nuovi libri”?
L’ebook è diviso in quattro capitoli, corrispondenti ad altrettanti giorni in giro per Berlino, dove alterno paragrafi con spunti on the road sulla città a interviste agli italiani incontrati. A molti brani sono associate, direttamente nel testo o scaricabili dal sito dell’editore Zandegù, altrettante tracce musicali, realizzate ad hoc dalla rock & folk psychedelic band Circolo Lehmann. L’obiettivo era non solo creare una colonna sonora che desse atmosfera alla lettura, ma espandere la narrazione attraverso un ulteriore linguaggio espressivo. Ecco una traccia.
In generale, ho immaginato il testo come un piano orizzontale, disseminato di carotaggi verticali, in corrispondenza dei vari link, che diventano a loro volta parte integrante della struttura narrativa. L’interattività è stata fondamentale per Bim Bum Berlin, proprio per evitare che diventasse il pdf a video di un libro che si sarebbe anche potuto stampare. Per questo preferisco parlare non tanto di ebook, ma di enhanced book (libro aumentato). In generale, credo che la giusta prospettiva non sia quella di un aut aut tra carta e digitale, quanto di un et et. L’importante è che ci sia sempre coerenza tra testo – il progetto narrativo – e contesto – la piattaforma di fruizione – e che vengano sfruttate appieno le potenzialità delle varie alternative. Testo e contesto il cui confine ovviamente non è una linea, ma una frontiera mobile.

7. Prima di chiudere, dacci un paio di diritte su Berlino. Qual è il Cafè in cui trascorrere una mattinata a scrivere? Il bar per una serata musicale? E qual è il kiez (quartiere) di Berlino che senti più vicino?
Per la velocità con cui a Berlino tutto cambia, il locale perfetto per passare del tempo è quello che non conosci, ma in cui inciampi per caso, magari in un Kiez che non conosci. Perciò la cosa migliore è prendere e andare, farsi un giro e stare pronti a lasciarsi sorprendere, che qualcosa lo si troverà sempre: pura serendipity in salsa currywurst. Per quanto mi riguarda, confesso di essere legato a luoghi che erano “caldi” qualche anno fa, e che oggi si sono molto istituzionalizzati. Ma non posso farci niente, è qualcosa di non razionale, come dire: la mamma è sempre la mamma! E per me a Berlino la mamma sono di giorno il Morena e il Bateau Ivre a Kreuzberg, dove far passare il tempo davanti a qualche birra o Milchkaffee. La sera al Joseph Roth a Schöneberg, per sentirsi un concertino jazz mangiandosi uno Schweinbraten come si deve; oppure, sempre a Kreuzberg, al Markthalle, dove hanno girato un po’ di scene di Herr Lehmann. Lo so, non è più quello di una volta, ma continuo a crederci e per me resta un must assoluto! E per ballare, a Kreuzkölln lungo il canale c’è sempre l’Anker Klause. In quella zona, tra Kottbusser Tor e Sonnenalle, non sarebbe male viverci, anche se è sempre più di moda… si vede che sto invecchiando! In alternativa mi piacerebbe stare vicino alla stazione di Warschauerstraße. Perché? Mica posso giocarmi tutto qui: per scoprirlo c’è Bim Bum Berlin!

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Phaedrus’ Journey

by Arturo Robertazzi

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